Pioggia di missili e bombe sul nord della Siria, tra le solite ambiguità

 

 Michele Giorgio, 23.9.2014 “Il Manifesto”

Siria . Gli Usa, con l'appoggio di cinque paesi arabi, attaccano su più punti le postazioni dello Stato Islamico nel nord della Siria. Decine i morti. Centrati obiettivi anche in Iraq. Damasco: ci hanno informato in anticipo. Washington: nessun coordinamento con Assad.

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«Un suc­cesso». Spriz­zava sod­di­sfa­zione da tutti i pori ieri il por­ta­voce del Pen­ta­gono, John Kirby, com­men­tando i risul­tati dei bom­bar­da­menti dal cielo e dal mare che gli Stati Uniti assieme a cin­que alleati di ferro nel mondo arabo – Bah­rain, Emi­rati, Gior­da­nia, Qatar e Ara­bia sau­dita – hanno com­piuto nella notte tra lunedì e mar­tedì e ieri con­tro uomini, depo­siti di muni­zioni, posti di blocco, auto­mezzi, campi d’addestramento, cen­tri di comando e con­trollo dello Stato Isla­mico in quat­tro regione siriane — Raqqa, Dayr az Zawr, al Hasa­kah e Abu Kamal — più i raid nei pressi di Kir­kuk (Iraq). Senza dimen­ti­care quelli, nei pressi di Aleppo, con­tro i mili­ziani del Kho­ra­san, un gruppo di vete­rani di al Qaida di ori­gine paki­stana e afghana che «inten­de­vano col­pire in Occi­dente». I jiha­di­sti uccisi sareb­bero decine, oltre cento per alcune fonti. Di sicuro ci sono anche bam­bini e ragazzi e due donne, tra le 11 vit­time civili dei raid.

I mis­sili da cro­ciera e a lunga git­tata Toma­hawk rap­pre­sen­tano una novità nella svi­luppo della cam­pa­gna con­tro lo Stato Isla­mico lan­ciata dalla coa­li­zione gui­data da Barack Obama. Ne sono stati lan­ciati 47. Ma Washing­ton per que­sto primo attacco in Siria ha voluto esporre tutto il suo poten­ziale bel­lico facendo decol­lare per la prima mis­sione di guerra anche i nuovi cac­cia F-22. Non è chiaro però se tra gli obiet­tivi col­piti ci siano anche i mili­ziani e posta­zioni del Fronte Al Nusra, il ramo siriano di al Qaeda, che seb­bene figuri nell’elenco delle orga­niz­za­zioni ter­ro­ri­sti­che del Dipar­ti­mento di stato era e resta un alleato di ferro dell’Esercito libero siriano, la mili­zia (in netta deca­denza ma sem­pre ben finan­ziata dai nemici di Dama­sco e di Bashar Assad), e del Fronte Isla­mico (creato e spon­so­riz­zato dall’Arabia sau­dita) che riu­ni­sce i jiha­di­sti “non glo­bali” e che hanno solo una “agenda siriana”. Un alleato sco­modo che l’Amministrazione Obama sfiora sol­tanto per­chè la sua dimo­strata capa­cità di com­bat­ti­mento è fon­da­men­tale nella guerra con­tro i gover­na­tivi siriani e i com­bat­tenti di Hez­bol­lah schie­rati dalla parte di Damasco.

Si fonda su ambi­guità pro­fonde tutto quello che è avve­nuto nelle ultime set­ti­mane e nelle ultime ore, da quando il pre­si­dente Obama si è messo l’elemetto per com­bat­tere il “calif­fato” in Iraq e Siria pro­cla­mato dall’emiro dello Stato Isla­mico Abu Bakr al Bagh­dadi. Ieri più parti cer­ca­vano di accre­di­tare la tesi di una intesa segreta tra Washing­ton e Dama­sco. Il mini­stero degli esteri siriano ha rife­rito che il suo paese è stato infor­mato in anti­cipo degli Usa dei raid aerea. L’Amministrazione Obama ha con­fer­mato in parte esclu­dendo cate­go­ri­ca­mente qual­siasi coor­di­na­mento con Assad. La tesi del nemico, la Siria, che gli Usa sol­tanto un anno fa vole­vano bom­bar­dare e che oggi sarebbe un alleato segreto nella lotta allo Stato Isla­mico, è priva di senso. Lo svi­luppo della cam­pa­gna di attac­chi in Siria, dopo l’Iraq, alla quale accanto agli Usa pren­dono parte nemici giu­rati di Dama­sco, come Ara­bia sau­dita e Qatar, non è altro che una nuova fase della stra­te­gia volta pro­prio a rove­sciare Bashar Assad.

Washing­ton e le monar­chie sun­nite pun­tano ad inde­bo­lire e cac­ciare dalle sue posi­zioni lo Stato Isla­mico – che hanno spon­so­riz­zato in molti modi in que­sti ultimi anni allo scopo di con­te­nere il revi­val sciita nella regione e l’ascesa dell’Iran – nella spe­ranza o nella con­vin­zione che i ter­ri­tori lasciati liberi fini­scano sotto il con­trollo dell’evanescente Coa­li­zione Nazio­nale dell’opposizione siriana. Il via libera ame­ri­cano, attra­verso l’approvazione di emen­da­menti poco orto­dossi, di finan­zia­menti per cen­ti­naia di milioni di dol­lari desti­nati ad armare e pagare le mili­zie sun­nite anti-Assad, spiega bene la stra­te­gia Usa. E non è certo quella di ricu­cire i rap­porti con Dama­sco in nome della lotta al “nemico comune”.

Sull’ambiguità si regge anche la linea adot­tata da Israele nei con­fronti della Siria in guerra civile. Tel Aviv, appro­fit­tando del raf­for­za­mento dell’Allenza Meri­dio­nale, che riu­ni­sce tutte le fazioni anti-Damasco (inclusa al Nusra), e del lento ma costante inde­bo­li­mento a sud dell’esercito rego­lare siriano (impe­gnato su troppi fronti), cer­che­rebbe, secondo alcune fonti, di arri­vare a un com­pro­messo poli­tico e ter­ri­to­riale con i “ribelli”. Lo scopo sarebbe quello di rea­liz­zare una zona-cuscinetto in Siria che, in ogni caso lasci a Israele tutto il Golan occu­pato nel 1967. La visita in Israele nei giorni scorsi di Kamal al Lab­wani, un espo­nente dell’opposizione siriana, che già da tempo ha offerto il Golan a Israele in cam­bio di aiuto mili­tare, dice molto su quanto si sta mate­ria­liz­zando a sud. Ieri un mis­sile Patriot israe­liano ha abbat­tuto, per la prima volta dal 1985, un jet mili­tare siriano entrato per errore e solo per qual­che secondo nello spa­zio aereo di Israele.

Intanto se la jihad glo­bale in que­ste ore accusa il colpo subito in Siria allo stesso tempo con­ti­nua a lan­ciare la sua sfida. I mili­ziani dello Stato Isla­mico hanno pub­bli­cato il secondo video dell’ostaggio bri­tan­nico John Can­tlie. Il gior­na­li­sta anche in que­sta occa­sione ripete che i Paesi occi­den­tali hanno sot­to­va­lu­tato la forza e lo zelo del loro oppo­si­tore e che vanno incon­tro a un ”caos poten­ziale” come quello in Vietnam.